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Paese

Dati Generali
Il paese di Lodè
Si trova in provincia di Nuoro nella subregione della Baronia. Lodè dagli anni ’60 in cui aveva conosciuto, come molti altri paesi in quel periodo, un boom demografico arrivando a 5.000 abitanti si è andato via via spopolando e oggi i suoi abitanti sono poco più di 2.200. Il centro storico del paese presenta ancora le antiche case di pietra con i caratteristici balconi in legno, mentre in alcune parti del paese sono presenti murales che raccontano le antiche tradizioni. Nel territorio del comune il patrimonio naturalistico più importante è rappresentato dal versante occidentale del Monte Albo, un massiccio calcareo ricco di vegetazione endemica e che da rifugio a una piccola colonia di mufloni, oltre che ad altre specie animali compreso il Geotritone del Monte Albo, un anfibio che vive tra gli anfratti delle rocce e nelle grotte.
Il territorio di Lodè
Altitudine: 16/1057 m
Superficie: 120,7 Kmq
Popolazione: 2212
Maschi: 1102 - Femmine: 1110
Numero di famiglie: 929
Densità di abitanti: 18,33 per Kmq
Farmacia: corso Villanova, 1 - tel. 0784 899150;
Guardia medica: via Ss. Annunziata, 71 - tel. 0784 899763
Carabinieri: via Cantaru, 22 - tel. 0784 75622

Storia

LODÈ o LODEE, villaggio della Sardegna nella provincia e prefettura di Nuoro, compresa nel mandamento di Siniscola. Fu già parte della curatoria di Montalbo nel regno di Gallura.

La sua situazione geografica è nella latitudine 40° 35', e nella longitudine orientale dal meridiano di Cagliari 0° 27'.

Giace nella valle del Montalbo a piè d’un alto colle che ne dipende. Questo la protegge dal greco, mentre la gran massa dell’altro stendesi da poco sotto il suo levante, all’austro coprendola da venti intermedii. Uno de’ maggiori rivi della pendice maestrale del medesimo verso il ponente scorre non lungi, ed ivi si unisce al fiume che tortuosamente serpeggia a piè del gran terrazzo bittese. Il cielo è temperato d’inverno, ma troppo caldo di estate, donde accade soventi che il termometro si abbassi di molti gradi, quando move il maestro. Le pioggie cadon abbondanti da mezzo l’autunno alla primavera, ma talvolta mancano affatto. La nebbia è piuttosto infrequente e non nociva, la neve rara e prestamente solubile, le tempeste di grandini e fulmini poco dannifiche. L’aria non si può dire insalubre.

Il territorio sarebbe sufficiente ad una popolazione otto volte maggiore, avendo una superficie di circa 40 miglia quadrate. Esso è quasi tutto montuoso e in molte parti scosceso, e alpestre, sebbene non manchino alcuni piani di suolo fecondo, e pendici facilmente coltivabili.

Il Montalbo è il più considerevole de’ monti compresi nella sua circoscrizione. Esso protendesi in quella direzione che abbiam soprannotato con una giogaja di miglia 10, poco men che rettilinea e non interrotta che nel suo estremo incontro al ponente-libeccio, dove appare una appendice di alcuni coni. La costa contro il sirocco è ardua anzi che no, la contraria molto più spiegata, e in vicinanza a Lodè per non meno di cinque miglia. Pare che la sua sommità, così come quella del paralello monte d’Irgoli, fosse in continuazione del gran pianoro di Bithi. Il Montalbo (Monte-bianco) ebbe questo nome dalla bianchezza delle sue rupi calcaree, che fa un bell’effetto quando da qualche punto distante vedesi illuminato dal sol cadente. Sopra il suo dorso vi sono de’ piani abbondantissimi di pascoli estivi con belle e spaziose caverne osservabili per le concrezioni, fonti freschissime e limpidi laghetti, ombrose boscaglie, selve antiche, e una numerosissima varia generazione di selvatici, e tra essi in gran famiglia i mufioni. I pastori, che vi passano l’estate nel loro ozio, prendon piacere a insidiarli, e nutronsi di quelle saporitissime carni. I viaggiatori vi ascendon spesso per godere il bellissimo panorama che stendesi intorno, ponendosi sopra la punta Cupetti, per gran parte delle provincie settentrionali, e per gran tratto del Tirreno.

Spesso vedesi sgorgar l’acqua in questo territorio, ma più che altrove abbondano le vene nella pendice maestrale del Montalbo, dalla quale sono i molti ruscelli che in fondo alla conca formata dalla costa di questo monte, e del prossimo altipiano bittese si riuniscono in un alveo che tiene il principale ramo del fiume di Posada. In tempi piovosi resta per questo interrotta la corrispondenza con Bithi, perchè non si può traversare nè pure nel solito guado di Gallè. Non sono in tutto il territorio acque ferme, ad eccezione di pantani, che in alcuni anni sono veduti nel letto del fiume. In questo sono in gran numero le anguille e le trote.

Abbiam già notato quanta copia di selvaggiume sia nel Montalbo, ed ora è a dire che sono non meno popolate di tutte specie le altre regioni di Lodè, e che gran danno patiscono gli agricoltori ne’ loro seminati per la moltitudine de’ cinghiali, cervi, daini e mufioni. I grandi uccelli di rapina riposano nelle rupi di Montalbo, e nelle parti basse sono in gran numero le pernici, i merli, i colombi selvatici.

Selve. Se si sommino tutte le diverse aree occupate da’ ghiandiferi avrassi una risultanza di circa 1200 starelli, e di individui tre milioni seicento mila, non computati quelli che sono solitariamente sparsi. La specie dominante è il leccio, rara assai quella de’ soveri. Gli olivastri trovansi in tutte parti, fruttificano liberalmente, e sono un supplemento al difetto delle ghiande. Vedonsi molti alberi annosi, ma non di considerevole corpo; il che indica che in secolo non molto distante furon distrutte per gl’incendi le grandi selve che coprivano quasi intera questa regione.

Popolazione. Nell’anno 1839 erano in Lodè anime 916, delle quali 463 nel sesso maschile, 453 nel femminile, distribuite in famiglie 220.

Il movimento della popolazione, che si dedusse dal preceduto decennio fu il seguente di nascite annuali 40 e morti 25. La comune de’ matrimonii fu di 12. La vita ordinaria è a’ 60 anni, e accade a pochi di procedere sino agli 80. Nelle malattie sono curati da un flebotomo. Ma poi di rado domandano argomenti umani e con tutta fede ricorrono a’ sacerdoti, perchè dica sopra gli ammalati le orazioni prescritte dalla chiesa. Spesso vedonsi mirabili effetti, e da questi si è che la confidenza ne’ mezzi religiosi è confortata e sostenuta.

Nella foggia del vestire non sono i lodeini dissimili da’ bittesi. I comuni sollazzi sono le danze, alle quali concorrono ne’ dì festivi quelli che per ragion di lutto non devon osservare la rigida legge della solitudine.

Trovandosi questo popolo in un luogo molto appartato, e mancando di relazioni, però vedesi in uno stato di rozzezza. Se sia educato potrà facilmente diventare più umano, avendo a questo una vera disposizione. I furti e le vendette sono le più comuni colpe, e per questo vanno errando ne’ monti vicini non pochi banditi con i loro mastini. Nel 1836 tra gli altri era più terribile un certo Muzzu Boes, che dopo un primo delitto, perseguitato da’ cavalleggieri, venne in frequenti occasioni di commetterne degli altri. In quel-l’anno avea già trucidato otto persone tra spie e soldati, ed erasi salvato da molti pericoli. Sorpreso da 16 soldati, perdè il compagno rimasto estinto, ma potea uscire con alcune ferite dal luogo dell’agguato e fuggire. Era però per perdere la lena nell’involarsi a’ molti persecutori, quando traversando le macchie vide nel letto di un rivolo un gorgo, che egli conoscea profondo. Vi s’immerse sino al mento, e ascondendo il capo tra le piante che fortunatamente coprivano parte di quell’acque, lasciò i cavalleggieri sorpresi dalla sua sparizione, che avendolo in un punto perduto di vista, il crederono inghiottito dal suolo. Andati via i soldati, egli, dopo aver fasciate le ferite, osò entrare in Siniscola, e diè a conoscere a quelli della stazione che egli per loro danno non era ancor andato nell’inferno. Non era ancora ben guarito e fu nuovamente assalito dalla truppa condotta da’ suoi nemici. Restò preso un suo socio, ed egli poté evadere dopo aver fatta udire a colui che avea indicato il luogo del suo riposo, che era in una valletta sotto la punta Cupetti sotto un leccio, che non tarderebbe a ritrovarlo. E avrebbe fatto questa vendetta se non fosse stato per rispetto d’un sacerdote, che avea costui per guida in andare su quel monte. Avvisato dal fischio di un pastore assiso sopra un poggio, levavasi incontanente da tra le spesse macchie, dove riposava con un suo collega, e riguardando i tre che comparivano sul ripiano del monte, gittava alle spalle la saccoccia di pelle, e protendeva l’archibugio. Ma il sacerdote avendo dato cogli sproni al cavallo ed essendosi diretto sopra lui, egli ritenne il colpo sopra quel suo nemico, e il compagno sopra l’altro che era un cavaliere di gran conto e viaggiatore dottissimo, e reprimendo il suo sdegno diede prova del molto che potea sopra lui la religione. Il Muzzu soffrì vicino quel nemico, e quando venuti a spiegazioni accendeasi terribilmente il suo sdegno, bastava a mansuefarlo una parola di colui che egli venerava. In questo stato ei si pose a preparar i cibi, arrostiva il quarto d’un cervo, e poi non ricusava di giuocare col suo compagno e col suo nemico al bersaglio. Questi ora vergognavasi vedendo quanto i suoi colpi andassero lungi dal brocco, e ora impallidivasi osservando le palle del bandito foracchiare il tronco dove era la carta. Quando alla mattina in sull’alba levavasi da sotto l’albero, dove avea dormito tra gli ospiti, porgeva in dono un’altra parte del cervo, e partiva fulminando col guardo quel suo nemico, e facendogli intendere una terribil minaccia.

Professioni. Sono applicati alla pastorizia 170 persone, all’agricoltura 130, alle arti meccaniche 20. Le donne lavorano in 180 telai la lana e il lino.

Alla scuola di primaria istruzione concorrono non più di 15 fanciulli. Pochissimo o nullo fu finora il frutto che essi ne ritrassero. In tutto il paese non sono forse venti persone che sappian leggere e scrivere.

Agricoltura. Se i lodeini fossero più operosi e più amassero quest’arte, maggiori sarebbero i frutti che produrrebbe il terreno, che in molte parti si riconosce idoneo a’ cereali. Più felicemente però che il frumento fruttifica l’orzo, ed è però che questo spargesi in maggior copia.

Si sogliono annualmente seminare starelli di grano 200, d’orzo 300, e 15 di fave. Il grano suol produrre il cinque, l’orzo il quindici, e più ed altrettanto le fave. La raccolta del lino suol dare circa 200 libbre di fibra.

Sonovi molti luoghi ben propri per i legumi e le piante ortensi, e non pertanto non si coltivano nè gli uni nè le altre.

I fruttiferi son molto ristretti di numero. Piacciono i fichi, peri, mandorli, persici, il melo cotogno, ma tutti in una non sopravanzeranno i seimila individui. Mangiano volentieri anche i fichi d’India.

Le viti vengono bene e vedesi molta varietà ne’ frutti; tuttavolta non si fa che una sola qualità di vino. Questo suol essere di qualche bontà e vendersi in parte a Buddusò, Siniscola, Posada e Torpè e agli stazi di Montenero, e in minima parte bruciarsi per acquavite. Il territorio del vigneto avrà una superficie di circa 180 starelli.

Quelle grandi terre chiuse, che dicono tanche, nelle quali si alterna la pastura alla cultura, non vedonsi nel territorio di Lodè; e non potea essere altrimenti in una regione dove predominano i pastori. I piccoli chiusi, dove si introduce il bestiame domito per pascolo, e in qualche anno si semina, non comprenderanno una superficie maggiore di 50 starelli.

Pastorizia. Nel bestiame manso si possono numerare buoi per l’agricoltura 102, cavalli 80, giumenti 70. Nel rude sono vacche 500, pecore 6000, capre 9000. Mentre in tanta estensione di selve si potrebbero nutrire molte migliaja di porci, non se annoverano più che 400.

I pastori non hanno ovili stabili, e vanno errando da una in altra regione. I soli caprari formano di tronchi e rami le capanne per soggiornare in qualche luogo di buoni pascoli per due o tre mesi. Ignorasi ogni principio di veterinaria, e quando alcun malore attacca le bestie non si fa altro che de’ voti a’ santi.

Il formaggio è di bontà, e portasi a Siniscola o ad Orosei per mandarlo all’estero: i buoi si prendono da’ negozianti bittesi, ozieresi o sassaresi. I porci si vendon vivi, i caproni mandansi alle beccherie di Siniscola e di Buddusò, le pelli si comprano da’ bosinchi, tempiesi e sassaresi.

L’apicultura è poco curata e sebbene sieno molte regioni ottime per essa, non si hanno tuttavia più di 2000 bugni.

Caccia e pesca. La caccia si esercita principalmente da’ pastori, e spesso i taglieri sono colmi de’ brani arrostiti di quelle carni deliziose. La pesca occupa non più di dieci persone. Usano le reti, la lesina, e talvolta anche avvelenano i gorghi per prender molto senza gran fatica. I pesci vendonsi nel paese e nelle terre circonvicine. Il prezzo non sorpassa i 18 centesimi per libbra.

Commercio. Da tutti gli articoli di commercio che abbiamo già notato sotto i titoli agricoltura, pastori-zia, caccia e pesca, si può computare un annuo guadagno di circa lire nuove 40 mila.

Le strade da Lodè a’ circonvicini paesi non sono carreggiabili, e in non pochi siti anche difficili per i cavalli, sul dorso de’ quali si caricano le derrate. Si va da Lodè a Buddusò, verso ponente, in ore sei (miglia 13), ad Alà, verso ponente-ponente-maestro, in ore cinque (miglia 10), a Siniscola, verso levante, in ore quattro (miglia 7), a Torpè, verso greco-levante, in ore tre (miglia 6), a Nuoro, capoluogo, della provincia verso ostro-ostro-libeccio, ore dieci (miglia 18).

Religione. I lodeini sono sotto la giurisdizione del vescovo di Nuoro, governati da un rettore assistito da un altro prete.

La chiesa maggiore è intitolata da s. Antonio di Padova; le minori sono denominate dalla Vergine Purissima, dalla Nostra Donna d’Itria, dalla Nostra Donna del Rimedio, e da s. Giovanni Battista.

Le principali solennità sono per s. Antonio addì 13 giugno, e per s. Lucia nella prima domenica di settembre. In queste si corre il palio, si fanno pubbliche danze, e concorrono molti cantori. Il cimiterio è in una eminenza a poca distanza dall’abitato.

Antichità. In questo territorio sono stati indicati due soli norachi, uno nel luogo detto Sa mela, al quale mancano poche parti, con entrata assai bassa alla camera che serve di ricovero a’ pastori ne’ temporali; l’altro nella regione detta Sa Taula, che fu quasi totalmente distrutto.

In varii luoghi vedesi la roccia scavata in quelle piccole camerette che i sardi dicono domos de ajànas, case di fate. Le finestre sono così anguste, che appena vi si può penetrare, le dimensioni del vacuo assai brevi, e la volta così bassa, che non vi si può restare che sulle ginocchia. In molte della prima camera si passa per consimile finestrina in una seconda.

Dentro questi salti erano in tempi antichi altre tre popolazioni, ed erano nominate Jolloto, Oriannere e Ptilimeddu. Delle due prime, distanti da Lodè circa mezz’ora, non sono altre vestigie che le pietre confusamente sparse; della terza, che dista un’ora verso austro, sono visibili alcune fondamenta e qualche tratto di muro nelle parti prossime alle medesime. Non sussiste alcuna tradizione nè sul tempo, nè sulla causa della loro distruzione. È probabile sien cadute prima che cessasse il governo de’ Giudici di Gallura, perchè altrimenti ne sarebbe rimasta memoria in quel monumento de’ paesi di Gallura, che abbian prodotto nello stato de’ redditi baronali e reali.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Lodè
16 Gennaio: S.Antonio - Si festeggia con i tradizionali falò
24 Giugno: S. Giovanni Battista
26 Luglio: Festa di S. Anna - come è consuetudine viene offerto il pranzo a tutti i partecipanti
1° Domenica di Settembre: Festa di S. Lucia